La propulsione a razzo 2

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Aerospaziale
Scritto da Patrizio C. Casiraghi   
Lunedì 04 Maggio 2009 19:51

Quando si deve bruciare una sostanza combustibile, occorrono tre cose: il combustibile, il comburente e l’innesco. Il combustibile è, per esempio, la benzina; il comburente è l’ossigeno; l’innesco una scintilla che scocca tra due elettrodi.

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Senza uno di questi tre fattori non si ha combustione. Nel caso del motore a scoppio, la benzina è contenuta in un serbatoio e viene risucchiata da un’apposita pompa, l’ossigeno viene preso direttamente insieme all’aria e la scintilla è generata da un’apposita batteria o generatore elettrico. Detto così sembra tutto facile, ma per ottenere una combustione ottimale occorre che si formi una miscela ossigeno-benzina in ben determinate proporzioni, perché un eccesso di uno dei due componenti può provocare una cattiva combustione o non provocarla proprio.

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Per la propulsione a razzo, la quantità di combustibile da bruciare è così elevata che non è possibile utilizzare l’ossigeno atmosferico, perché l’aria contiene non solo ossigeno, ma anche azoto, anidride carbonica e vapore acqueo, che non sono facilmente filtrabile, e che iniettati nella camera di combustione di un razzo interferiscono con la combustione. Nello spazio poi l’ossigeno non c’è, ecco quindi la necessità di provvedere a iniettare, nella camera di combustione, combustile e comburente puri. Queste due sostanze, in termini astronautici, sono definiti propergoli.
Definiamo il propulsore a razzo. Un involucro, ovvero la camera di combustione, solitamente cilindrico con una estremità aperta, dove c’è una strozzatura, opportunamente sagomata dal progettista, e subito dopo il cono dell’ugello di scarico, a sua volta sagomato in modo da convogliare verso l’esterno i gas combusti ed assorbire la loro pressione residua per trasformarla in spinta. Nessuna componente meccanica è direttamente coinvolta nella produzione del moto e per questo la propulsione a razzo è considerata una delle più efficienti forme di propulsione esistenti, priva com’è di attriti meccanici. Peccato che sebbene il principio di funzionamento è semplicissimo, è molto difficile da realizzare. Per rendere più comprensibile la cosa, basti sapere che durante la Seconda Guerra Mondiale la Germania nazista spese, per sviluppare la propulsione a razzo, molto più di quanto spesero gli Stati Uniti d’America per realizzare la bomba atomica.
Analizzando meglio le caratteristiche di un motore a razzo si capisce anche perché. Nelle armi da fuoco la camera di scoppio e la canna sono in acciai speciali e molto spessi, per resistere alle pressioni ed alle alte temperature, che per altro non durano a lungo. Nei motori a pistoni il raffreddamento è ottenuto convogliando un flusso d’aria o di liquidi contro le pareti esterne del cilindro e raffreddando la testa del pistone con opportuni getti d’olio. I razzi invece non possono essere realizzati con spessori eccessivi degli involucri e non possono nemmeno essere raffreddati, quantomeno non da fluidi esterni al propulsore, quindi si rischia la fusione della camera di combustione, dal momento che mentre nelle armi da fuoco e nei motori a pistoni, le combustioni sono intermittenti, nei razzi la combustione è continua.

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Nulla vieta d’utilizzare un sistema di raffreddamento a parte per le pareti del razzo, ma i progettisti devono risparmiare sui pesi e semplificare le strutture, per cui un impianto di raffreddamento costituisce un peso eccessivo, con i suoi serbatoi, radiatori, fluidi, valvole e pompe di spinta. Troppo peso e troppe complicazioni, poi troppo spazio. Da qui la necessità di realizzare camere di combustione leggere e resistenti, almeno per tutto il tempo in cui è previsto che il razzo debba funzionare. Per arrivare a ciò occorrono materiali nuovi che mettono a dura prova le conoscenze tecniche e scientifiche di chi vuole realizzare un propulsore a razzo. Spesso però il razzo, come detto in precedenza, deve funzionare solo per un limitato periodo di tempo, quindi i progettisti possono spingersi fino ai limiti dei materiali utilizzati, dal momento che devono resistere solo quel tanto che basta e se poi si deteriorano, la cosa non ha più importanza.
I i propergoli. Inizialmente furono usate miscele varie come combustibili, ma alla fine si è arrivati a stabilire quali sono i combustibili e relativi comburenti più idonei. I più usati sono la combinazione kerosene-ossigeno (in realtà il normale combustibile usato dai moderni jet ed ossigeno), idrogeno-ossigeno (entrambi in forma liquida) oppure dei propergoli chimici fortemente acidi (molto tossici). Nei primi due casi, l’ossigeno è in forma liquida e per mantenerlo tale occorre possedere conoscenze di criogenica, se poi si parla d’idrogeno, sempre in forma liquida, occorre una conoscenza avanzata della criogenica.

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Si comprende subito che ciò che viene iniettato in camera di combustione non sono sostanze consuete, come ad esempio la benzina, e questo comporta un’ulteriore aggravio in fase di progettazione e realizzazione, anche dei materiali stessi con cui i propergoli entreranno in contatto, come serbatoi, tubazioni, valvole e pompe. Nel caso di propergoli criogenici però c’è un lato positivo, che essendo a temperature ben al di sotto dello zero, possono essere usati anche per raffreddare il razzo stesso. L’idrogeno e l’ossigeno liquidi non necessitano neppure di un innesco perché detonano appena entrano in contatto.

 

 

Per discuterne insieme rimando al post sul forum "La propulsione a razzo 2"

 

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